Edward Hopper

Arte del silenzio, statunitense. “Il grande pittore del silenzio e della solitudine nella società moderna”. Ne coglie l’attimo e lo fissa sulla tela: un pensiero, una riflessione, un attesa. Studia l’impressionismo ma non appartiene ad alcuna corrente. Solitario fino in fondo. Dipinge scene quasi cinematografiche nei momenti fissi e colorati impressi sulle tele. Semplici. Tratta la luce in maniera particolare: “la sua luce”, perché lei non colma l’aria ma diventa parte dell’oggetto riflesso, diventando essa stessa oggetto. La dipinge fissandola sulla tela per darle vita, dentro un rigore esclusivamente geometrico.

 

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Amore

Immagine:” l’albero della vita”, Maria Cipolla

Amore

Amore, frutto raro,

spesso acerbo,

da assaporare pian piano,

quasi a volerlo trattenere

per trovare un velo dolce.

È capriccioso, vola di fiore in fiore,

cercando un brivido:

farfalle nella pancia.

C’è confusione.

Un lui insicuro, ma non una lei.

Con le idee chiare di bambina,

per il suo principe azzurro,

assimilato negli anni,

dopo folle tortura mentale,

che divide e poi permette,

l’accoglienza del seme.

Un colore che non molla,

ci tormenta nei pensieri,

s’infila tra i nostri sogni,

scuotendoci tra i cuscini.

Ci alza la notte per una mano in frigo.

Dura, non dura, si trasforma,

si confonde e poi si ritrova.

Ha mille volti sinceri, bugie

che mentono, fino all’amplesso.

Amore etero? Lesbo? Gay? Cibo?

Comunque amore, niente e tutto.

Sentimento semplice e complicato,

per la copula del creato:

dovere innanzi tutto,

creare e fuggire

Pietà e pena, è sempre amore.

È amaro in bocca.

È maschio e femmina,

un richiamo a Froid.

Un sacrificio al Dio di turno.

L’amore, freccia dell’Eros,

celebrato da poeti e

da quant’altra letteratura,

tra le cui righe, dal sapore antico,

di romanticismo…si perde.

Talvolta è malato di raffreddore,

a volte di malattia grave:

niente cure dice la scienza.

Ama la preda, l’azzurro,

poi l’uccide, delegando l’inconscio.

Farfuglio, maschile e femminile,

non s’incontrano spesso,

ma spesso s’incontrano,

ed è un attimo, un attimo d’amore,

che, a volte, dura quanto la vita.

La teniamo stretta questa vita,

fino a morsicarla, strozzarla, ingoiarla,

decapitarla: paura dell’ignoto

del proprio pozzo senza fine,

dove non si vede che buio.

Paura di scendere giù,

sperando in un bagliore, che,

ci potrebbe portare alla follia.

Allora amore in pillole,

come cibo, la merda

che ci avvelena ogni giorno,

ma che amiamo perché:

amore uguale vita,

vita uguale amore.

Disperso nell’Universo,

tramite petali di rosa sparsi

lungo la strada, che ognuno

di noi vorrebbe calpestare,

calpestare per ritrovarsi.

Fiori di campo raccolti,

come castagne a ottobre

o fragole in primavera.

Amori in trasformazione,

continua e millenaria,

un gioco per la vita.

Spesso si confonde

nella giungla del sesso,

allora lo amiamo di meno,

lo confondiamo e

non lo perdoniamo,

ma lo perdiamo.

Come un attore comico,

spesso si camuffa,

questo amore sbiadito.

Io mangio

tu mangi

egli/lei mangia

noi mangiamo

voi mangiate

essi/loro mangiano.

Coniugandolo, forse ha senso,

è una mela che addentiamo,

con piacere orgasmico,

come comanda l’universo

segreto nel suo segreto.

Maria Cipolla

Il pensiero debole. Mandala

Il pensiero debole. Mandala

Qualche illuminato cominciò

a disegnare sulla sabbia,

finché nacque un Mandala.

Esso restò intatto per lungo tempo,

con lo scopo di mostrarsi alla gente,

prima della venuta dei venti,

che lo avrebbero trasportato,

sulla superficie del pianeta, dove,

se il seme volatile dona vita materiale,

così, egli, intendeva spargere spiritualità.

Un pianto dirotto, mi strappò

dalla culla umana, un giorno,

mentre nuotavo protetta dalle

acque melmose, per portarmi

su questo pianeta,

ostile e inospitale,

gettata nel mucchio di gente,

che, abbandonò il nomadismo,

per creare ciò che chiamiamo società.

Non potei scegliere!

Da quella unione nacquero

assurde leggi per limitare

la libertà delle persone,

senza neppure guardarle in faccia.

Con le lacrime sulle gote,

ed il cuore dolente: compresi,

gli innumerevoli inganni per indebolire,

e impedir loro di pensare, laddove

invece, la materia, non cercava altro

che abbracci d’amore.

Allora scelsi di rimanere sola

a crescere quest’anima.

E, mentre il corpo si allungava,

notai nella folla, il desiderio,

represso nel proprio destino,

ché, improbabili religioni,

raccontavano loro, storie.

Ma era ciò che, volevano sentire,

senza l’urgenza di comprendere,

il lungo elenco dei nostri perché.

Mandala di ogni tipo aumentarono

e non si persero più nei venti,

perché trattenuti dalle persone

in cerca di un nuovo fato.

E i bla bla degli inceneritori

che controllano la gente,

ascoltano parole di nulla,

nel nulla del tempo, fermando

la cultura, l’arte e ogni bellezza,

mirando al possesso dei nostri pensieri.

Scordano la Gea madre,

e la sua forza, gli stolti,

non immaginano di non poter

mai sottrarle il potere.

Sole, calore e un cosmo matematico

sottrassero, in un tempo lontanissimo,

la tenera cellula dai freddi mari,

e lei cospargendosi

sulla polvere rossa di terra

e azzurra di cosmo, impazzì.

Un tempo sconosciuto

che non esiste, ma scorre.

E la stella ingannò anche noi,

rendendo utopica l’idea di risposte

che potrebbero dare un senso

alla nostra breve vita sulla terra.

Scoprii la nuvola nera e quella bianca,

intente a fiaccarci e indebolirci,

le vidi allora e le vedo ancora,

scontrarsi nel duello per l’immortalità.

Pian piano, ad ogni folata di tempo,

io non capisco il quadro della vita,

quando si mostra ai miei occhi,

chiaro e suadente nell’inganno.

Come capitò al mitologico Odisseo,

legatosi all’albero maestro della nave,

dove, con altre persone incerate,

non si sporse al canto dolce

delle sirene ammaestrate,

rinunciando alla curiosità per la verità.

Così, anche noi ci stringiamo,

debolmente, cinte da cotone leggero,

che romperemo per correre in braccio

alle dolci note, anche se sappiamo

di trovare sirene in giacca e cravatta,

o gonne e tacchi a spillo, profumate di rosso.

Mi sento stanca e sola nel combattimento,

insieme ad una minoranza umana,

e allora, fiaccata e debole,

depongo le armi del pensiero.

Me la ritrovo appiccicata al corpo

come una seconda pelle,

questa menzogna, un regalo,

un regalo di bugie da chi sa,

scultori di cervelli, ai quali

chiediamo, ulteriori bugie,

per paura di aver paura,

del buio che si ripete,

nei pozzi sulla terra, similmente

ai buchi neri nello spazio.

Pelle su pelle, cellula su cellula,

confesseremo, con un manto scuro,

nella gloria e per la gloria

delle mille religioni e delle mille preghiere,

le mille falsità, come bombe artigianali

poste sul cuore, per l’ultima,

invisibile esplosione, intenta

a portarsi dietro quante più vite possibili.

Estinzione per ignoranza,

debolezza umana.

Maria Cipolla (Seconda versione)

Il pensiero debole

Cosa mi ha portato qui,

su questo pianeta inospitale

tra gente ostile, in un tempo che

non insegue più la bellezza e l’amore.

Cellule delle acque fredde,

nel fondo della culla, giacevano,

sole, indipendenti e libere,

poi calde, incoraggiate dal sole

e dal cosmo matematico,

nel tempo che non conosciamo,

un tempo che non esiste,

ma che scorre, con l’unico scopo

di condurci per mano nell’oblio.

Un pianto dirotto, mi strappò

dal fondo della culla umana

dove la forza non mi ignorava, ma,

non potei scegliere, che, del pianeta,

le leggi sono illuminate da una luce

che non dorme mai, incoscienti,

non ti guardano in faccia.

Ogni cosa dunque andava, e la seguii,

con gocce di lacrime sulle gote

mentre il cuore doleva

nell’ascoltare le miserie della gente.

Non fui sola secondo le altre cellule,

ma non poterono insegnarmi

avendo l’anima intristita,

fui io da sola a crescerla,

e quando il corpo si allungò, vidi,

l’orrore immaginato nel destino,

senza valori e senza amore,

solo menzogna sempre a portata di mano.

Scoprii la nuvola nera e quella bianca,

intente a fiaccarci, indebolirci,

le vidi allora e le vedo ancora,

scontrarsi nell’eterna sfida

per il duello sull’immortalità,

l’antico, assurdo sogno

che la vita mai concede.

Così, pian piano, ad ogni folata di tempo,

che non esiste ma passa,

io non capisco il quadro della vita,

che chiaro, si mostra ai miei occhi.

Sono sola nella conoscenza,

come pochi, inascoltati umani,

alieni e sempre più deboli sul pianeta terra.

Cosa spinge a riempire l’intervallo

che ci stringe come una corda e, insieme,

diventano sempre più corti?

Questo tempo inesistente,

potremmo trascorrerlo in libertà,

soffocando il male, oggi padrone

nei cuori menzogneri, consci

di innalzare monumenti,

che non sono altro che cimiteri,

per corpi ormai spenti, finzione.

La ritrovo dappertutto questa menzogna,

appiccicata ormai al corpo

come una seconda pelle, un regalo,

un regalo di bugie da chi sa,

scultori di cervelli ai quali chiediamo,

altre, infinite menzogne, delegando,

sempre e comunque per continuare,

senza la fatica della conoscenza,

fregandoci dello scibile che ci appartiene

ma che rifiutiamo, illusi che la nostra nascita

sia già essa colta e che faccia lei tutto il lavoro

riempiendoci questo supposto tempo

non tempo del cosmo, dove luci antiche,

ci raccontano di pianeti trascorsi,

consumati dall’intervallo o precipitati

nei buchi neri come pozzi sulla terra.

Racconti veri o falsi che non riconosciamo più,

e non chiediamo, perché va bene lo stesso,

perché speriamo ci precipitino umani consunti.

Pelle su pelle, cellula su cellula,

potere del pianeta sugli uomini,

degli uomini su altri uomini,

che dovranno poi confessare, un giorno,

quando arriveranno al tribunale della morte,

puntuali, coperti da un manto nero

e bombe artigianali sul cuore

per l’ultima, invisibile esplosione

con l’intenzione di portarsi dietro

quanti più umani possibili.

Estinzione per ignoranza,

debolezza umana.

Maria Cipolla (Prima versione)

Luce interna

Luce interna

 

E Rimasta poca luce

Nel mio profondo,

ma non ho paura,

Perché:

Pugno chiudi

Apri Pugno

C’è nulla?

Nulla Ê.

Anche Ricordo this tenue,

E un soffio al cuore,

MENTRE io,

ingabbiata e nascosta,

avverto il Suo bagliore,

Che arriva e si spande.

Dà luce Ad ogni incontro,

incontrato sul proprio cammino,

colorandolo di nascosto,

ma non troppo, io vedo:

affascinanti sinuose linee,

per la fiammella piccola e viva,

Secondo il disegno di inizio

di un tutto, per vivere,

forse Una vita eterna,

di secolare eternità divina.

È sera

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È sera, nella stanza buia, una piccola candela accende e moltiplica ombre, create facendo sposare i suoi bagliori con i neri della notte. Il chiaroscuro derivato dal matrimonio, dà inizio a nuove, affascinanti vite che mi danzano intorno.

Il mio cuore, intanto, distende le membra, beato tra questi giochi di serenità, nella prospettiva di un nuovo giorno. Kyra, sonnecchia sul divano a me accanto, e, tra un bacio e l’altro, inumidisce la mia mano. Inutile asciugarsi.

Fuori, come ogni sera, continua il chiacchiericcio tra mare e sabbia, iniziato chissà quando, forse durante la creazione del tutto, mentre onde rumorose corrono, per adagiarsi sui granelli.

Nello scontro, miliardi di goccioline nascono dall’impatto e fuggono per conoscere il mondo. Nel loro cammino, bagnano in ogni dove, tramite l’umidità, regina di questi paraggi.

È quasi felicità, quando Morfeo interviene proteggendoci dalla notte, e da noi stessi, con lo scopo preciso di ricaricarci. Improvvisamente, un tonfo sgretola l’atmosfera: il camino partorisce tre scoiattoli, che cadono impauriti in un mondo da sempre loro ostile.

Kyra gli abbaia contro, mentre i disperati, corrono nella stanza senza sapere dove andare. Riprendo il controllo e apro la porta x farli tornare nella loro casa. Kyra borbotta ancora un poco, mentre riprendiamo posto tra i chiaroscuri.

Di nuovo chiediamo all’amico Morfeo, di ripetere ancora una volta il miracolo e la sera ci sorprende con sogni splenditi, confezionati apposta per noi. Al mattino però, brusca è la sveglia: i suoni dell’abbaiare, appaiono ora, striduli e inquietanti,

diretti verso il frigorifero che sposto subito e la scena che si palesa ai nostri occhi, è agghiacciante Calde lacrime scendono sul mio volto, mentre Kyra guaisce x il terzo scoiattolo che giace a terra con il cuore spezzato.

La paura n l’ha risparmiato. Tristemente mi avvio verso il mare, kyra mi segue in silenzio. Sotterro il corpicino tra mare e spiaggia affinché partecipi anche lui ai discorsi, raccontati tra acqua e terra.

Il nuovo giorno è arrivato già e i sogni non sono stati all’altezza della situazione, non ci hanno consolato. La sera, con il suo buio animato dai chiari raggi, non sempre è buona.

(Maria Cipolla)

Padre!

Padre!

Padre! Oh padre,

ora che sei nel mondo invisibile,

di verità, si dice, ti domando:

ti sentivi un uomo libero quando

facevi la voce grossa nella tua casa,

con la tua famiglia, mentre io,?

bambina spaventata, ascoltavo.

Flash di antichi ricordi

affiorano alla mente

ora che vorrei amarti…

perché non ci sei più…

ora che potrei essere immune

dal tuo rifiuto, e non ho più paura…

non puoi più ferirmi.

“È giusto riscattarlo”?

mi sono chiesta.

Ma i brutti ricordi…

la tristezza di una bimba

accucciata nell’angolo buio…

cercando protezione, sono realtà che tornano…

e fotogramma, dopo fotogramma

scorrono nella mente

raccontando della mia infanzia…

Ti guardo attravero un dipinto molto grande…

è attaccato alla parete con due chiodi…

senza cornice…non serve…

la mia parete preferita,

lo ospita, nella mia casa…

cerco nel tuo volto, espressioni…

le più significative…e ci sono tutte padre,

…solo io le conosco a fondo…

solo io posso interpretarle,

me ne sono impossessata…

e ora che non ci sei più…

ti ho rubato il volto e l’anima…

per averti finalmente tutto per me,

e poter vivere una giovinezza sognata…

immaginando che la realtà fosse tutta lì,

in quel dipinto…e tu sapevi da sempre,

quanto ero brava a farti il ritratto,

ogni volta la tua anima faceva capolino

perciò…sai anche che non mentirò,

non potrei per la verità dei tuoi volti .

Vittima e carnefice…amore e odio!

Guardandoti, sento e vedo tutto questo.

E l’indifferenza, terribile, è ancora troppo visibile

e brucia più’ dell’odio attaccandosi alla mia pelle…

ancora e ancora, per sempre ancora, il nulla…

dolorosissimo…occhi umidi, ogni volta.

Di notte scudo per difendere mia madre…

un piccolo corpo, tra te e lei…

Da grande scopro che non l’hai mai toccata.

Che realtà ho vissuto, mi chiedo?

Cosa mi avete fatto?

Genitori complici?

Ma, a chi dare colpe?

Lo chiamano il “nettare degli dèi…

piccoli acini lavorati e tradotti in succo..

perché se fa tanto male?

l’antico thé degli dèi fa paura,

nella trasformazione che ti usa.

Dèi sconosciuti nasceranno…

antichi e moderni dèi…

comprati al supermercato.

alimentano la nostra anima?

Dove sono i colpevoli?

Questo nettare-cibo-droga-liquido benevolo

che ti aiutava ad affrontare la vita.

e noi?

Che sbaglio farmi nascere!

Ero il tuo specchio,i miei occhi

ti costringevano a guardarti dentro

ma non ci trovavi nulla…

È sempre stata questa la tua pena

e ti facevi uccello dalle larghe piume

per volare sopra di noi, libero

come libero sei morto, che ti importava!!!

Accudito dalla famiglia da odiare e ignorare…

anni di convivenza laddove seguo il tuo esempio.

Da dove sei puoi rammentare il trapasso?

Il tuo ultimo respiro che noi abbiamo accolto,

in quell’ospedale dove la tua Roma è bella?

Ti regalai una dignità che non conoscevi,

tu per primo te ne privasti

per tutta la vita…

io ricordo…noi ricordiamo…

Ancora ho voglia di chiedere perché…

non ricordo baci, né carezze…

nella mia infanzia…mai contatti fisici,

no abbracci sconosciuti per paura d’incesto,

no una parola per rassicurarmi la vita…

solo un padre uccello dalle ali enormi

per fuggire lontano da noi…

non mi hai insegnato a vivere…

te, nonostante, seguendoti, ho imparato

comunque qualcosa, a volare dentro me stessa.

Un posto sicuro dove nascondermi…

e appaio strana, asociale…

ma mio padre non ha aperto le danze

al mio matrimonio, fortunato sotto la pioggia..

così diceva la gente, un’altra ferita

per una madre ferita, o due…

Le vittime non si imitano

no si ha invidia del male.

Ero diversa, ma diversa da chi, da cosa?

Ed è talmente facile con le ali enormi!

Scrutavo la gente…la spiavo,

volevo vedere se la mia mano era uguale alla loro,

se il mio naso…i mie occhi…i piedi…

se ridevo come loro…

se piangevo come loro…

se starnutivo come loro…

se parlavo come loro…

per comprendere il rifiuto verso la diversità.

Sbirciavo le vite degli altri, per capire.

Quando la comparazione era identica,

pensavo di avere qualcosa d’invisibile

che mi distingueva, che mi negava…

Tutta la vita a cercare…

E se qualcuno mi accettava…

pensavo fosse malato…

o gliene ero talmente grata da farmi tappetino.

Scegliesti l’odio e l’indifferenza all’amore,

padre,

o, forse, ti scelsero loro…

Ho bisogno di giustificarti, disperata,

per amarti, ora che posso se il volo

non mi ha spinta troppo lontano

La guerra? L’assurdità delle guerre,

seminatrici di odio.

Mia madre dà la colpa alla guerra,

prima eri diverso…prima,

La fatalità degli eventi cambia le persone.

Com’eri prima padre?

Quante domande…niente risposte.

Prima non osavo perché non avresti risposto,

forse neppure compreso, ma ora?

Ora posso chiedere e rispondermi da sola,

per amarti…per amarti, se non volo lontano.

Avrei voluto conoscere la tua storia,

per capire la mia e la consistenza delle mie radici…

per sapere, immaginare, sognare dover andare.

So che non sei mai stato al fronte,

un dolce unguento leniva ugualmente il dolore.

Io cicatrizzata dal nettare, che

nel mio corpo mi deprime e mi dispera,

a vomitare anche le budella,

chi ride, chi dorme, chi uccide con un’arma.

Tu hai ucciso ogni giorno, ora, minuto..

senza armi e soltanto la tua famiglia…

gli amici avevano il permesso di cagarti in faccia…

…e quanto piacere ne provavi…

colore rosso nelle vene a sostituire il sangue.

…E botte in famiglia…per sentirti un uomo libero.

La bambina urlava la notte,

ma tu non c’eri…non sentivi.

Iniziò l’odio…quello vero…

dal profondo del cuore…

ma tu non ascoltavi.

Di sera sbirciavo dalla finestra,

e, nascosta dalle persiane di legno,

vedevo un uomo barcollante

che parlava da solo…come i matti…o i santi?

Uno sciame di bambini…come vespe nell’alveare…

lo seguivano deridendolo…e…lanciandogli sassi.

lo tiravano dai pantaloni…lasciandolo cadere,

un’altro per la camicia…

e lui agitava le braccia per scacciare mosche moleste,

senza coscienza e senza dignità.